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giovedì 22 agosto 2013

C'è un articolo sul Corriere Online di oggi: alcuni archeologi avrebbero ricostruito che il ferro utilizzato pr produrre i primi monili, non è di provenienza terrestre. Così parlano di ferro meteoritico, sottovalutando invece l'ipotesi che si tratti di ferro proveniente da altri pianeti e portato sulla Terra da civiltà extraterrestri. Siamo di fronte all'ennesimo indizio di un profondo legame delle civiltà antiche con lo spazio.
Di seguito l'articolo.

Veniva direttamente dallo spazio e non dalle miniere il ferro impiegato nei più antichi oggetti in ferro finora rinvenuti. La scoperta, realizzata da Thilo Rehren di Ucl Archeology Qatar (la sede nel Golfo dell'University College di Londra), è stata resa nota su Journal of Archeological Science, fa spostare indietro di 2 mila anni l'inizio della lavorazione del ferro.

METEORITE - Sono infatti di ferro meteoritico i piccoli tubetti di una collana dell'antico Egitto conservata nel Museo Ucl Petrie (il Museo egizio dell'University College), risalente al 3 mila a. C. Il professor Rehren spiega anche come vennero realizzati: «La forma dei tubetti è stata ottenuta battendo il ferro e facendolo rotolare, in numerosi cicli di battitura con il martello, e non con i sistemi impiegati per gli altri collari rinvenute nella stessa tomba, cioè incidendo o trapanando con oggetti di pietra».

I FABRI DEL IV MILLENNIO A. C. - Il ferro impiegato per i tubetti (nove) quindi è stato prima ridotto in nove sottili foglietti, poi arrotolato. I tubetti facevano parte di un collare, insieme a oro e altre pietre preziose, a conferma dell'altissimo valore attribuito al ferro. La ricerca mostra che nel IV millennio avanti Cristo i fabbri del tempo erano padroni delle tecniche metallurgiche ed erano in grado di lavorare il ferro meteoritico (una lega di ferro-nichel molto più dura e fragile del rame, il metallo più impiegato 5 mila anni fa), tecniche che saranno poi affinate nel corso dell'età del ferro, che prese il via molto dopo: nella metà del II millennio a. C.
PASSAGGIO TECNOLOGICO - Queste tecniche furono poi fondamentali per poter ricavare il ferro dalle miniere e lavorarlo, un passaggio tecnologico fondamentale che aprì la strada all'utilizzo del ferro al posto del rame e del bronzo. I tubetti, completamente corrosi, vennero ritrovati nel 1911 in tombe pre-dinastiche presso il villaggio di el-Gerzeh, nel Basso Egitto. Ora, grazie a un sofisticata metodologia ai raggi X, i ricercatori sono stati in grado di stabilire che si non si tratta di ferro ricavato dalla magnetite, un comune minerale di ferro. Dopo di che, un'indagine eseguita ai neutroni e ai raggi gamma, ha fatto emergere una struttura particolare e un'alta concentrazione in nichel, cobalto, fosforo e germanio (rarissimo nel ferro di origine terrestre), che invece è caratteristico del ferro di provenienza meteoritica.

giovedì 15 agosto 2013

Altri miti sumeri tradotti da un ricercatore indipendente

Segnaliamo altri scritti sumeri tradotti da uno studioso italiano non seguace delle teorie di Sitchin e quindi non accusabile di piegare le traduzioni ai suoi scopi e alle teorie personali. 
Questi due brevi frammenti ci sembrano significativi: il primo perché, come fa notare lo stesso traduttore (anonimo, ahinoi, che ha messo a disposizione i frutti dell suo lavoro su Scribd), sembra descrivere qualche congegno tecnologico.
Il secondo invece ci pare importante perché narra la storia della dea Ninurta che ordina a re Gudea  la costruzione   del   tempio, là dove gli dei Nidaba e Ningishzida "impongono" di orientare il tempio secondo la levata eliaca e l’ allineamento di determinate stelle. E' importante perché ci si è spesso chiesti anzitutto se le antiche civiltà orientassero di proposito le costruzioni megalitiche secondo principi astronomici; in secondo luogo ci si è chiesti il motivo per cui lo facessero. Be', pare su mandato di questi misteriosi "dei"...
Vale la pena sottolineare che il lunghissimo scritto di Re Gudea, del quale abbiamo già parlato, è considerato un capolavoro di valore inestimabile nella letteratura sumeroaccadica. Vi si narra la storia della costruzione del tempio chiamato ENINNU (casa del 50) e del GIRSU (un recinto sacro) per il dio   Ninurta,   chiamato   nel   mito   D.NIN.GIR.SU   (il   dio   del   Girsu). Al che uno si domanda: cosa significa, ad esempio, "casa del 50"? Di preciso non sappiamo dirlo. E' interessante far notare che lo stesso numero si trova anche nella Kabbalah a BYNâH (termine che indica l'intelligenza, ma anche l'edificazione dell'anima...) è attribuito il valore di 50,  il quale coincide con il risultato della somma dei quadrati dei lati del triangolo rettangolo  (di proporzioni  3  /  4  /  5)   su  cui  si  basa  la  Master's  square:  è  pertanto all'Intelligenza  che  si rapportano  -  come  dimostrano  tutte  queste,  sottese  relazioni  -  sia  la Square,   sia   l'Arch   Masonry,   trovando   in   essa   attinenza   qualsiasi   opera   costruttiva   a qualsivoglia livello ontologico la s'intenda intraprendere. Quest'ultima frase è una citazione di un pezzo di Bruno d'Ausser Berrau, che immaginiamo rimarrà oscura per i moltissimi che non hanno nozioni di Kabbalah o Sephirot, e che tuttavia riusciranno a cogliere il fatto che quando si parla di mistica antica, di antichi popoli, di tradizioni religiose, si finisce sempre con il constatare come tutto si intreccia, si collega, corrisponde.


L'INNO DEI TEMPLI
Luogo innalzato in antichi tempi,
dalla camera silente, da una radura proietti (dirigi) il rossastro,
innalzi le tue meravigliose vie che nessuno può scorgere (capire).
Gishbanda, da dove ti erigi in una maglia che connette (controlla),
dalla quale fuoriesce e ritorna magnificente
nel tuo cuore la luce del giorno (del sole);
il tuo principe ha le mani pure e splendide come (verso) il cielo,
i capelli fluenti sopra la schiena, il signore Ningishzida.
Gishbanda di Ningishzida,
casa che giace in cima a una piatta pedana.
La casa di Ningishzida a Gishbanda.

IL SOGNO DI RE GUDEA
Nel mezzo del sogno ci fu una persona enorme come il cielo,
enorme come la terra,
la sua testa era come quella degli dei,
le sue ali erano quelle del’ uccello Anzu,
la sua parte inferiore era come un diluvio,
ai suoi lati c’ erano leoni accucciati,
mi ordinò di costruire la sua casa
ma io non capivo,
e il sole sorse.
Una donna poi apparve: chi era?
Sulla testa aveva dei covoni (?),
teneva in mano uno stilo di metallo prezioso,
e una tavola con incise stelle benigne
e la consultava.
Per secondo apparve un eroe,
con un braccio piegato e una tavola di lapis lazuli in mano 
nella quale disegnava il tempio.
Vedevo un canestro da lavoro splendente,
e un mattone splendente (?),
su cui era inciso il destino per me.
Vicino a me stava un albero Ildag (splendente)
ove un uccello Tigid annunciava l’ aurora.
Al suo fianco un piccolo asino scavava per terra (?)
Sua madre Nanshe rispose al sovrano:
“Pastore, lascia che ti spieghi il sogno:
la figura enorme come il cielo e la terra,
la cui testa era come quella degli dei,
le cui ali erano come l’ uccello Anzu e il cui corpo era un diluvio,
al cui lati stavano leoni accucciati,
era di sicuro mio fratello Ningirsu
e ti ordinava di costruire la sua casa: l’ Eninnu!
Il sole che sorgeva davanti a te,
era il tuo dio personale Ningishzida che ti mostrerà il sole.
La donna con i covoni sulla testa (?)
che teneva in mano lo stilo di metallo prezioso
e la tavola con le stelle benigne
e la consultava,
era mia sorella Nisaba,
le stelle di auspicio per il tempio (*1)
ti rivelava.
La seconda figura, l’ eroe, il cui braccio era piegato,
la cui mano teneva una tavola di lapis lazuli,
era Nindub che incideva il progetto del tempio.”

(*1) le stelle ‘favorevoli’ ai templi erano per i sumeri le stelle da utilizzare per l’ orientamento del tempio stesso. Le indicazioni del sogno indicano   quindi   che   il   tempio   doveva   essere   orientato   per   mirare alle stelle mostrate da Nisaba, ma contemporaneamente allineato verso la levata eliaca, rappresentata da Ningishzida.

martedì 13 agosto 2013

Enki e Ninmah: i primi tentativi andati male di creazione dell'uomo

Zacharia Sitchin è stato da molti accusato di aver forzato la traduzione dei miti sumeri per far tornare le sue teorie sul creazionismo extraterrestre. Ho avuto così la fortuna di trovare in internet delle traduzioni di miti sumeri fatte da studiosi non sitchiniani. Purtroppo questo file, che si trova anche su Scribd, non riporta il nome del traduttore, a cui vanno i miei più sinceri omaggi e complimenti per aver messo gratuitamente a disposizione la sua competenza e il suo tempo a beneficio di chi vuole vedere più chiaro sulla civiltà sumera.
A occhio e croce non si parla di astronavi nel mito che propongo di seguito. Ma si parla di "strani" dei che si mettono a manipolare l'uomo come se fossero in laboratorio e creano primi, malriusciti, esperimenti genetici a cui vengono senza tanti giri di parole affidate mansioni da schiavi, mansioni da manodopera. Insomma: Sitchin può avere forzato sì la mano per far tornare al millimetro le proprie teorie. Ma ci troviamo pur sempre di fronte alla descrizione di divinità antropomorfe, che paiono venirci restituite con un linguaggio necessariamente pre-tecnologico intente in tutta una serie di attività che hanno poco di soprannaturale e molto di "scientifico."
E' interessante notare come l'uomo, nei miti sumeri, sia stato creato per lavorare la posto degli "dei minori." Ma chi sarebbero questi dei minori? Nel mito sono esseri sottoposti agli dei maggiori, esseri che prendono ordini da loro. Ma esseri della medesima natura. Alcuni analisti credono addirittura che gli "dei maggiori" abbiano accontentato gli "dei minori" per non venirne scalzati. Come se si trattasse di un distaccamento militare a rischio di ammunitamento. 
Proviamo a metterla dal punto di vista di uomini antichi che vedono sbarcare degli esseri da altre galassie e li identificano con gli dei. E' ovvio che i capi di questi esseri siano scambiati per dei maggiori, e i loro sottoposti nella gerarchia, per dei minori. Solo così si spiega l'esistenza di "dei" praticamente costretti a lavora (il giogo del lavoro). Si pensa dunque di creare una creatura che possa lavorare al posto loro, e lo si fa evidentemente con la genetica (si parla di seme impiantato nell'utero di una dea...).
Appare altrettanto evidente che i sumeri non stanno descrivendo divinità magiche, perché una divinità magica, per l'appunto, può prendere del fango, alitarci sopra, e toh, trovarsi un uomo già perfetto e finito. Qui siamo di fronte a qualcosa di diverso. Al tentativo di spiegare con un linguaggio pre-tecnologico un procedimento che ha tutti il sapore dell'ingegneria genetica.

Qui comincia la citazione, con l'introduzione del traduttore al mito di Enki e Ninmah "(Ovvero: i primi tentativi andati male di creazione dell'uomo)."
Il mito che propongo è un vero classico della letteratura sumera. Vi si narra del primo tentativo di creazione dell’ uomo, ad opera di Enki e Ninmah, perché questo potesse portare ‘il giogo degli dei’, cioè svolgere tutte quelle attività che erano svolte dagli dei minori.
La storia si svolge in 4 parti.
Nella   prima   parte,   mentre   Enki   dorme   nel   suo   giaciglio,   gli   dei  minori si lamentano della fatica del lavoro. La dea Namma, madre di Enki, sveglia suo figlio per presentargli le lamentele degli dei e gli suggerisce di creare un essere che lavori al posto loro. Enki, nella sua grande saggezza, decide allora che la cosa sia fattibile, e dà le istruzioni necessarie. Convoca quindi sua sorella Ninmah e le "dee della nascita" le quali la dovranno assistere nell’opera. Nella seconda parte, Ninmah crea 6 esseri, tutti malati, per i quali Enki "decide i destini", cioè dispone per loro un compito che possano svolgere nonostante le loro menomazioni. Nella terza parte, poiché Ninmah è desolata di non essere riuscita a creare un "uomo perfetto", Enki decide di provare un nuovo procedimento, utilizzando il seme di un dio e impiantarlo nell’utero di una dea (Ninmah stessa?) mischiando questo seme con una forma d’argilla da lui prodotta. Anche questo esperimento però produce un essere imperfetto, chiamato Umul (che in sumero significa appunto "creatura malata"), con molte menomazioni. Ninmah, constatando che questo essere non è in grado di badare a se stesso, si lamenta con Enki. Questi però ricorda a Ninmah di come lui abbia comunque badato ai 6 esseri prodotti da Ninmah. Nella quarta parte, probabilmente sentendosi rimproverata ingiustamente, Ninmah rinfaccia ad Enki di non aver però badato alla sua terra, alla sua città, quando questa fu distrutta, quando suo figlio (non identificato nel mito) fu costretto a fuggire, e quando lei stessa dovette abbandonare l’ E.Kur (il tempio di Nippur).
Per contro, Enki la ammonisce di non rompere la promessa per la quale Ninmah avrebbe dovuto badare al destino della creatura da lui prodotta, la prega di ‘lasciare libera’ la sua creatura, e auspica che comunque questo giorno, quello delle creazioni, venga festeggiato. Enki ordina dunque che sia costruita una casa (non si capisce se DA Umul o PER Umul) e che siano scritte canzoni per commemorare l’opera eroica di Ninmah.
Il poema finisce con la consueta "lode" al dio, per la sua saggezza e le sue opere. 
Il testo, catalogato presso l’ ETCSL e analizzato da Stephen Langdon, Thorkild Jacobsen, e Giovanni Pettinato, proviene dalla cosiddetta ‘scuola di Eridu’; rappresenta una sorta di antefatto al racconto della creazione dell’uomo contenuta nel più  lungo e  meglio  conosciuto testo ‘Atra Hasis e il diluvio’.

In quei giorni, i giorni in cui cielo e terra vennero creati,
In quelle notti, le notti in cui cielo e terra vennero creati,
In quegli anni, gli anni in cui i destini vennero fissati,
quando gli dei Anunna generarono,
quando le dee (madri e figlie) si sposarono,
quando le dee (madri e figlie) abitarono cielo e terra,
quando le dee (madri e figlie) diventarono pregne, 
e gli dei dovevano portare il cibo nelle sale da pranzo,
gli dei maggiori sorvegliavano il lavoro, e gli dei minori  portavano 
il giogo del lavoro.
Lavoravano ai canali della terra di Arali, nella terra e nell’ 
argilla, 
ma smisero i lavori per lamentarsi di questa vita.
Quel giorno il creatore, il grande dio dalla grande sapienza, 
Enki, nel suo Engur, il luogo delle acque sotterranee che nessun dio 
conosce, 
dormiva nelle sue stanze e fu svegliato
dagli dei che si lamentavano 
e si alzò dal suo letto.
La dea Namma, la prima madre che diede nascita agli dei,
portò le lacrime degli dei minori a suo figlio che dormiva,
a colui che giaceva nel suo sonno,
(....)
“Dio Creatore, le tue creature si lamentano,
figlio, alzati dal tuo giaciglio, rivolgi il tuo sguardo, la tua 
saggezza,
crea per gli dei un sostituto, così che loro siano liberi dal giogo 
del lavoro”
Enki, alle parole di sua madre Namma, dal giaciglio si levò.
Nell’ Halankug, il suo luogo, si colpì i fianchi infastidito, 
colui dalla grande conoscenza, che tutto sa, camminava avanti e 
indietro,
Enki, allungò la sua mano e prestò attenzione,
Enki, che tutto conosce, il creatore delle cose, valutò la situazione 
e poi
A sua madre Namma disse:
“Madre, la creazione di cui parli (*1) avrà luogo, imponiamo ad essa 
il lavoro degli dei,
mischia l’ argilla della terra a nord dell’ Abzu
le dee della nascita ti aiuteranno a lavorare l’ argilla, e la forma 
sarà realizzata
Ninmah sia tua aiutante,
Ninimma, Shuzianna, Ninmada, Ninbarag,
Ninmug, Sharshargaba, Ningunna,
ti aiutino nella nascita.
Madre mia, tu realizzerai la creatura, deciderai i destini, e Ninmah 
imporrà loro il lavoro.
(…) erigeremo (faremo crescere) l’ umanità,
(…) faremo sorgere l’ uomo,
(…) solleverà la testa,
(…) metterà cibo nelle nostre camere da pranzo,
(…) innalzeremo l’ uomo,
(…) lavorerà nei campi e si moltiplicherà”.
Il lavoro di Enki riempì il loro cuore di gioia,
la madre Namma e Ninmah egli festeggiò con lauto pasto,
le dee della nascita segnarono il destino, il cibo dei principi,
Anu, Enlil e Nudimmud (Enki) arrostirono vitelli,
i grandi dei tutti lo lodarono:
“Signore di grande sapienza, che tutto conosci,
signore Enki, chi compete con te?
Padre che dai la nascita, decidi i destini con i tuoi ME”
Enki e Ninmah bevvero birra, e i loro cuori si scaldarono,
e Ninmah disse ad Enki:
“Il destino dell’ umanità sarà buono o cattivo, secondo
il volere del mio cuore il suo destino sarà buono o cattivo”
ed Enki a Ninmah rispose:
“per la tua saggezza il destino sarà buono o cattivo”
Ninmah prese l’ argilla delle terre a nord dell’ Abzu,
creò un uomo ma egli non teneva le mani dritte,
Enki vide l’ uomo, egli non teneva le mani dritte, e decretò il suo 
destino, 
e lo mise nel campo del re come servitore.
La seconda creazione fu un uomo che sfuggiva la luce,
Enki vide che l’ uomo rifuggiva la luce,
e decretò il suo destino, ne fece un abile musicista,
lo mise nel campo del re.
Il terzo uomo che fu creato aveva i piedi che non funzionavano,
Enki allora vide che l’ uomo non sapeva usare i piedi,
e lo rese un grande lavoratore dell’ argento lucente.
Il quarto uomo non sapeva trattenere l’ urina,
ed Enki vide che l’ uomo non tratteneva l’ urina,
e lo fece giacere nell’ acqua che scacciò il suo male.
Il quinto era una donna che non poteva partorire,
Enki vide che la donna non poteva partorire,
e ne fece una ancella nella casa della regina.
Il sesto era un essere senza pene ne vagina,
Enki vide che l’ essere non aveva pene ne vagina e ne decretò il 
destino,
lo chiamò ‘dono di Nippur’ e 
ne fece un attendente per il re.
Ninmah delusa per le creazioni andate male gettò per terra l’ argilla 
camminando avanti e indietro,
il signore Enki allora disse a Ninmah:
“Tu hai finora creato gli uomini e io ne ho deciso i destini,
ora io proverò a crearli e tu ne deciderai i destini”
Enki creò allora una forma che aveva testa e bocca,
e disse a Ninmah:
“versa il seme maschile nell’ utero di una donna”
Ninmah si avvicinò al nuovo nato,
colui che la donna aveva partorito era deludente,
egli era Umul, la sua testa era malata, il suo (…) era malato, gli 
occhi e il collo erano malati,
non respirava, i polmoni e gli organi interni erano malati,
con le sue mani malandate e la sua schiena malandata non riusciva a 
nutrirsi,
con i piedi e la schiena malati non poteva lavorare, così fu creato.
Enki disse allora a Ninmah:
“Gli esseri che hai creato, ne ho decretato i destini, ho nutrito;
tu ora, degli esseri che creo, decreta i destini e metti da mangiare 
nel loro piatto.”
Ninmah guardò ad Umul e si avvicinò,
all’ essere malato parlò ma lui non sapeva parlare,
gli porse del cibo ma lui non riusciva ad afferrarlo,
non sapeva usare attrezzi, non poteva giacere,
non poteva sedersi se in piedi, non sapeva mantenere (?) la casa e 
non sapeva nutrirsi
Ninmah disse ad Enki:
“L’ essere che hai creato è vivo e morto, non può badare a se stesso 
e non può vivere”
Enki guardò Ninmah e rispose:
“L’ uomo con mani malate, a lui ho dato pane e un destino,
l’ uomo che sfuggiva la luce, a lui ho dato pane e un destino,
l’ uomo con piedi malati, a lui ho dato pane e un destino,
l’ uomo che non tratteneva l’ urina, a lui ho dato pane e un destino,
alla donna che non poteva partorire ho dato pane e un destino,
all’ uomo che non aveva né pene né vagina, anche a lui ho dato pane e 
un destino,
sorella mia (…)”,
(…)
(…)
Ninmah rispose ad Enki:
“(…)
(…)
(…)
(…)
(…)
(…)
(…)
(…)
(…)
Tu sei entrato (?)
In cielo non risiedi, in terra non risiedi, mai sei venuto a visitare 
le mie terre,
dove non risiedi, la mia città fu eretta, le tue parole non arrivano,
dove non risiedi, dove io vivo, anche io rimango in silenzio.
La mia città e la mia casa son distrutte, mio figlio fuggitivo,
io stessa ho dovuto lasciare l’ E.Kur come fuggitiva,
non ho potuto evitare la tua mano!”
Enki rispose a Ninmah:
“Chi può cambiare le parole che hai pronunciato?
La creatura malata (…) libera dalla prigionia (?)
Ninmah, il tuo lavoro (la tua opera) sia (…) promettesti di (…) il 
mio lavoro imperfetto, chi può contraddirlo?
L’ essere che ho creato, lascia che io lo abbia indietro,
sia oggi lodata la mia stirpe (?) sia riconosciuta la tua saggezza,
che gli Enkum e i Ninkum
possano stare di fronte a noi e pronunciare le parole della tua 
gloria, 
sorella mia, tu eroina,
siano scritte (…) canzoni (…)
gli dei che hanno (…) la creatura malata (…) sia costruita una casa.”
Ninmah non potè ribattere al grande signore Enki.
Padre Enki, è giusto lodarti!



venerdì 9 agosto 2013

Di nuovo non c'è che ciò che è dimenticato

Potrebbe darsi che ciò che noi chiamiamo esoterismo, cemento delle società segrete e delle religioni, sia il residuo, difficilmente comprensibile e maneggevole, di una conoscenza molto antica di natura tecnica che si applica contemporaneamente alla materia e allo spirito. Un dualismo, quest'ultimo, che ha poca ragion d'essere.
I "segreti" non sarebbero storielle o giochi, ma prescrizioni tecniche precise, chiavi per aprire le potenze contenute nell'uomo e nelle cose.
La scienza non è la tecnica. Contrariamente a ciò che si può pensare, la tecnica, in molti casi, non segue la scienza, la precede. La tecnica fa. La scienza dimostra che è impossibile fare. Poi le barriere di impossibilità crollano.
Nel lontano passato - dimostrano sempre maggiori evidenze, determinate tecniche hanno potuto precedere l'apparizione della scienza. O ad ogni modo le sono sopravvissute.
Sempre più scoperte e interconnessioni tra le conoscenze attuali, danno l'idea che alcune tecniche passate abbiano fornito gli uomini poteri troppo temibili perché fossero divulgate. Da qui, come spiegavano negli scorsi post, la necessità del segreto, la necessità della nascita di società segrete, appunto, che mantenessero il riserbo su tutta una serie di nozioni che avrebbero potuto cagionare degli sconvolgimenti terribili di natura sociale, culturale, ma anche - e forse soprattutto - fisico-pratica. Il segreto non è un effetto della volontà di colui che lo detiene, ma un effetto della sua stessa natura. L'estremo pericolo induce all'estrema discrezione. Come si sarebbero comportati i superstiti di ingenti cataclismi provocati dal progresso, di fronte al pericolo che determinate tragedie avrebbero potuto ripetersi daccapo se non raccomandando discrezione?
Storicamente, la conservazione delle tecniche fu uno degli scopi delle società segrete. I sacerdoti egizi custodivano gelosamente le leggi della geometria piana.
Sarà un caso, ma i contattisti UFO più credibili, sostengono che gli alieni abbiano cominciato a contattare il genere umano all'indomani degli esperimenti atomici in corso durante la seconda guerra mondiale. Ne è testimone tra gli altri il console italiano in Brasile e, se non sbaglio, in Francia, Alberto Perego. Ne sono testimoni i testimoni del caso di contattismo di massa Amicizia. Gli alieni erano preoccupati dalla scoperta del nucleare da parte dell'umanità, e avrebbero lanciato più volte avvertimenti affinché non se ne facesse un uso distruttivo. Alberto Perego nei suoi libri riporta di bombe atomiche neutralizzate (è celebre, in tal senso, una puntata del Larry King show... 

http://www.youtube.com/watch?v=aTrGF6tSwZM

...ma c'è tutta una sequela di testimonianze in tal guisa, anche - di nuovo - su Youtube e affini http://www.youtube.com/results?search_query=ufo+nuclear+weapon).
Le conoscenze delle civiltà antiche - non solo di quelle presuntamente scomparse - sono inimmaginate e inimmaginabili. Sono più le opere antiche perdute, che quelle rimaste.
Che cosa ci resta delle migliaia di manoscritti della biblioteca di Alessandria? Cosa contenevano le 200.000 opere dell'antica biblioteca di Pergamo? Che ne fu delle collezioni di Pisistrato ad Atene, della biblioteca del Tempio di Gerusalemme, di quella del santuario di Ptah a Menfi? Quali tesori contenevano le migliaia di libri che nel 213 a.C. furono bruciati per ordine dell'imperatore Cheu-Hoang-Ti? L'attento esame dei frammenti rimasti, ci permette di intravedere verità troppo profonde per attribuirle al caso o alla mera intuizione passeggera di pensatori antichi. C'erano conoscenze profondamente strutturate, paragonabili a quelle odierne. Donde venivano?
Lo stesso razionalismo di un Cartesio, era stato preceduto da Aristotele, da Sant'Agostino, da numerosi altri grandi cervelli dell'antichità. Scriveva Aristotele: "Colui che cerca di istruirsi deve prima di tutto saper dubitare, perché il dubbio dell'intelletto conduce a scoprire la verità" (Aristotele). Nessuno era più scettico di Democrito.
Ok, ma di quale scienza erano in possesso gli antichi, a parte un sano metodo epistemologico improntato alla non credulità e alla ricerca? Sesto Empirico ci informa che Democrito aveva appreso le proprie teorie sull'atomo dalla tradizione - da Mosco Fenicio, ad esempio, il quale tra l'altro, come si scoprirà nei giorni più vicini ai nostri, aveva postulato che l'atomo è divisibile. Di nuovo siamo di fronte al bagliore di conoscenze arcaiche andate perdute.
Ma poi si può dire che sia stato fatto uno studio sistematico e pubblico di tutti i documenti antichi in possesso di archivi, musei, stati nazionali? E' vero o non è vero che solo una bassa percentuale della letteratura antica indiana (dell'India) è stata tradotta e studiata?
Che dire inoltre del fatto che gli antichi, sprovvisti - si dice - di strumenti di osservazione, erano a conoscenza di dati astronomici che si sono rivelati esatti e non alla portata di civiltà apparentemente non progredite? Per quanto concerne la Via Lattea, secondo Talete e Anassimene, essa era costituita da stelle di cui ciascuna era un mondo che comprendeva un sole e alcuni pianeti, e questi mondi erano situati in uno spazio immenso. Pitagora prima di Newton aveva insegnato la legge inversa del quadrato delle distanze. Plutarco, dopo essersi messo a spiegare la gravità dei corpi, ne cerca l'origine in una attrazione reciproca fra tutti - appunto - i corpi. Galileo e Newton hanno espressamente dichiarato cosa dovevano alla scienza antica. Così Copernico, nella prefazione delle sue opere dedicata a Paolo III, scrive testualmente di aver trovato l'idea del movimento della Terra leggendo gli antichi.
Fanno notare a pagina 93 del libro "Il Mattino dei Maghi" gli autori Pawels e Berger, citando una servitrice di Maria Antonietta che si esprime a proposito di un cappello rovesciato, "di nuovo non c'è che ciò che è dimenticato."
Nei Veda si parla di forme antiche di vaccinazione. Nel Sactaya Grantham si raccomanda di "raccogliere il liquido delle pustole sulla punta di una lancetta, introducetelo nel braccio mescolando il liquido col sangue, si produrrà la febbre; questa malattia sarà allora molto benigna e non potrà incutere alcun timore."
Seneca nel Medea e testi orientali parlano della scoperta di un mondo riservato ai futuri esploratori: in questi testi si arriva persino a chiamare questo continente "Merica", in onore di una stella (vd. il testo "La Chiave di Hiram" di Cristopher Knight e altri). Che dire infine di scoperte tecnologiche come la pila di Bagdad, il fatto che nelle piramidi non è stata trovata traccia di annerimenti cagionati lampade o torce ma disegni di congegni che ricordano molto gli attuali strumenti elettrici?
Gurdjeff, grande alchimista della modernità, era convinto che l'alchimia fosse il residuo delle scienze che ci sono state lasciate da antiche civiltà. Scienza, dunque. Ma anche spirito, giacché il dualismo tra spirito e materia è una delle sciagurate, insipide astrazioni frutto di certa mediocrità di pensiero dell'epoca appena trascorsa. Scrive ne "Il Mattino dei Maghi" uno dei vecchi discepoli del Maestro armeno: "Da tempo rifugiatomi nel pensiero antiprogressista induista di Gurdjeff, vedendo il mondo di oggi come un principio di apocalisse, non attendendo più, con grandissima disperazione, che una brutta fine dei tempi (...) ecco che vedevo il vecchio passato e l'avvenire darsi la mano. La metafisica dell'alchimista più volte millenaria nascondeva una tecnica finalmente comprensibile, o quasi, al secolo XX. Le tecniche terrificanti di oggi si aprivano su una metafisica quasi simile a quella dei tempi antichi. (...) Finii per credere che gli uomini, in un lontanissimo passato, avessero scoperto i segreti dell'energia e della materia. Non soltanto con la meditazione, ma con la manipolazione. Non soltanto mentalmente, ma tecnicamente. Lo spirito moderno, per vie diverse, per le vie a lungo sgradite, ai miei occhi, della pura ragione, dell'irreligiosità, con mezzi diversi e che per molto tempo mi erano parsi brutti, si apprestava a sua volta a scoprire gli stessi segreti."
A meno che la nostra civiltà perisca interamente qualche istante prima di aver raggiunto il fine, come forse altre civiltà sono sparite.