Visualizzazione post con etichetta ricerca scientifica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricerca scientifica. Mostra tutti i post

mercoledì 14 agosto 2013

Scienza, parascienza e scienza eretica

Viene di questi tempi sovente indicato un ritorno all'"irrazionale" come una delle principali negative connotazioni sociologiche e culturali di questa fine di secolo, anzi di millennio, quasi che negli ultimi duecento anni il trionfo della mentalità illuminista sia stato davvero così totale da relegare per sempre nel "ciarpame della storia della stupidità umana" l'eterna credenza degli uomini nel soprannaturale. Invece, al di fuori dei programmi scolastici, e dell'ortodossia degli ambienti scientifici "ufficiali" di cui presto diremo, i credi in oggetto hanno sempre continuato ad occupare un posto importante, anche se sommerso, nell'insieme delle "visioni del mondo", e non hanno mai cessato di accompagnare la difficile esperienza dell'uomo su questo pianeta. Il fenomeno al quale si assiste è allora piuttosto quello del ritorno in modo esplicito sulla scena culturale delle credenze nell'occulto e nel paranormale, senza più complessi di inferiorità nei confronti di una "visione scientifica" del mondo che comincia a mostrare tutta la sua usura e la sua insufficienza di fronte a quelli che sono evidentemente profondi bisogni umani. Di un siffatto ritorno, e del "conflitto" con le teorie scientifiche correnti che ne è derivato, voglio in queste righe occuparmi: il punto di partenza è infatti la ben nota strenua opposizione che viene prodotta alle credenze di cui si diceva prima dai "seguaci" del punto di vista "scientifico", e vale la pena pertanto di cercare di individuare le motivazioni profonde di un tale atteggiamento, che consiste in qualcosa di più, e di diverso, dalle normali cautela ed esigenza di "rigore" che possono, anzi debbono, essere avanzate nei confronti di qualsiasi affermazione che esuli dai confini dell'ovvio o del già noto. Nell'occasione, parlerò anche del ruolo che la scienza "eretica", della quale sono da vari anni appassionato cultore, occupa in questo scontro, nella persuasione che le ragioni di fondo che ispirano i "fedeli" della scienza contro quelli della parascienza siano almeno in parte le stesse che sono alla radice della difesa dell'"ortodossia" scientifica contro i tentativi di scettici, critici e revisionisti.

Cominciamo a parlare di scienza versus parascienza. Prima di tutto va ben chiarito che l'ostilità di cui trattasi non è propria della fisica, bensì dei fisici, appellativo con il quale designerò in senso lato tanto i professionisti del settore, quanto più generalmente tutti coloro che nella scienza pongono il primo, ed a volte l'ultimo, fondamento dell'intero loro sistema conoscitivo. Distinzione questa meno irrilevante di quanto non possa sembrare a prima vista, dal momento che la fisica, intesa come complesso di teorie e di leggi elaborate allo scopo di spiegare e controllare quella serie di fenomeni naturali nei quali ci si è finora imbattuti, vuoi in modo casuale che programmato, non è una persona, ed è quindi del tutto indifferente allo scontro del nostro tema, al quale non porta contributi in nessuna direzione. In effetti, una teoria scientifica è per sua stessa natura limitata alla fenomenologia che la ha motivata e che cerca di comprendere, ed è assolutamente incapace di affermare alcunchè su fenomeni "nuovi" che appartengano a campi diversi da quello di propria competenza. Tanto per dire, non ci si può aspettare che usando le leggi della meccanica si possa essere capaci di prevedere quelle che regolano le interazioni elettromagnetiche, o di dedurre l'andamento dei processi termodinamici usando i principi dell'ottica. La fisica è invero ripartita in "settori" tutti in certa misura indipendenti tra di loro, ed a ben vedere neanche troppo "coerenti" nelle intersezioni, e pretendere di usarne uno in un contesto diverso da quello proprio specifico è impresa che nessun fisico si sognerebbe mai di compiere. Detto ciò, perché si riscontra invece la situazione di totale opposizione che stiamo analizzando? Come mai la nostra (poca) conoscenza del mondo naturale viene utilizzata da alcuni per negare a priori la possibilità dell'esistenza dei fenomeni cosiddetti "paranormali"? Al massimo, uno scienziato potrebbe intervenire soltanto per correggere i tentativi di "spiegazione" che qualche volta sprovveduti sostenitori della parascienza portano a sostegno delle loro "esperienze", nell'illusione che una patina di "scientificita'" possa rendere il loro discorso più accettabile. Quante volte ho sentito parlare fuor di luogo di "magnetismo", di "onde", di "inversioni di polarita'", etc.! In questi casi, se l'obiettivo di sembrare più fondati viene forse raggiunto nei confronti di persone poco preparate, non si fa che peggiorare viceversa la situazione nei riguardi degli altri che sanno di cosa si parla, i quali a volte, proprio per questi malsicuri tentativi di "chiarificazione", sono portati a rifiutare anche l'eventuale aspetto puramente fenomenologico delle asserzioni di telepati, veggenti, rabdomanti, radiestesisti, e così via.
La prima e la più evidente delle motivazioni che stanno alla radice dell'atteggiamento in esame è senza dubbio la fiducia assoluta, che ha quasi le caratteristiche di una fede, che molti fisici hanno nella validità delle teorie da loro fino ad oggi elaborate (e, bisogna pur riconoscerlo, con non trascurabile impegno). E' questa fiducia che li conduce poi, al di là di ciò che sarebbe lecito da un punto di vista strettamente scientifico, a due passi estremamente rischiosi: il primo, l'estrapolazione di risultati ottenuti in un certo ambito in situazioni del tutto diverse e non direttamente sperimentate, perché non sperimentabili nelle attuali possibilità; il secondo, il ritenere che la visione del mondo naturale (VMN nel seguito), o come si dice anche la Weltbild, così raggiunta sia, oltre che corretta nelle parti attualmente conosciute, anche completa, ovvero, che la natura non abbia più sorprese da offrirci, e ci sia più poco o nulla da sapere per ciò che concerne la sua struttura fondamentale.
Voglio fare qualche esempio per chiarire meglio questa doppia possibilità di errore. Riguardo alla prima "tentazione" del fisico, bisogna tenere presente che i fatti fisici sui quali sono fondate le nostre teorie, anche ammettendo che siano stati verificati al di là di ogni ragionevole dubbio dal punto di vista sperimentale, sono stati pur sempre ottenuti soltanto in laboratori terrestri, sicchè non si può essere del tutto sicuri che abbia torto chi sostenesse invece ipotesi diverse da quelle che vengono oggi accettate e divulgate sulla natura di fenomeni che avvengono "lontano" da noi. Un noto astrofisico, H. Arp, molto stimato prima di diventare un "contestatore", ha avanzato di recente l'ipotesi che la materia non sia sempre "uguale" dappertutto, ma presenti anch'essa fenomeni di "invecchiamento", ovvero che esistano atomi per così dire giovani, ed atomi vecchi. Noi qui sulla terra avremmo a che fare "naturalmente" con atomi tutti più o meno della stessa età, ma altrove gli atomi di un'identica sostanza, ferro, carbonio, etc., potrebbero avere una differente età, e presentare quindi caratteristiche diverse. Ne conseguirebbe ad esempio che fare dei calcoli sugli spettri della radiazione emessa da sorgenti lontane trattando l'ipotetica materia da cui queste sono costituite come in tutto simile a quella con cui abbiamo a che fare qui sul nostro pianeta sarebbe profondamente sbagliato in linea di principio. Poiché è proprio da questo calcolo invece che i fisici inferiscono il primo fondamento della teoria del big-bang, vale a dire il preteso allontanamento delle galassie lontane, ecco che tale fenomeno non sarebbe più propriamente un "fatto" fisico, ma soltanto un'errata valutazione della velocità delle galassie in oggetto. Per inciso, va detto che Arp e' stato progressivamente emarginato dagli ambienti della ricerca "che conta", e che gli è stato rifiutato ulteriore "tempo di telescopio", con la motivazione che la sua proposta di ulteriori ricerche è "priva di valore". Questa circostanza suggerisce l'opinione che la "scomunica" degli scienziati non e' riservata soltanto ai seguaci del paranormale, ma ad ogni atteggiamento "eretico": scrive P.K. Feyerabend che "la scienza è diventata oggi non meno oppressiva delle ideologie contro cui dovette un tempo lottare", e che "gli eretici nella scienza devono ancora soffrire le sanzioni più severe che questa società relativamente tollerante può applicare".
Gli esempi di "illecite" estrapolazioni si potrebbero moltiplicare, così come quelli di concezioni non-convenzionali che hanno invece qualche possibilità di essere "più vere" di quelle convenzionali, e di conseguenti atteggiamenti "intolleranti" della comunità scientifica, ma forse è più opportuno osservare per concludere la prima parte di questa analisi che tutti i famosi principi della fisica provengono quasi sempre da generalizzazioni di questo tipo, ed il guaio è che molti scienziati se ne dimenticano, presentando in modo del tutto anti-storico e dogmatico la loro disciplina come un complesso monolitico ed indiscutibile.
Quest'ultima osservazione riporta anche direttamente alla seconda delle sopra dette "tentazioni", ovvero alla questione della "completezza". Tutta la storia della scienza, quando non condotta con fini esclusivamente apologetici, come pure spesso capita, insegna al contrario che la fisica è una creazione umana e fallibile, e che ogni volta che qualcuno ha tentato di indicare come concluso il compito, ecco che si sono aperti nuovi campi di possibilità e di sperimentazione, che nuove forze, nuove forme di energia sono state scoperte. Il matematico A.N. Whitehead ricorda come i suoi professori di fisica a Cambridge all'inizio di questo secolo ritenessero che "quasi tutto quello che c'era da sapere in fisica fosse ormai conosciuto", e che questa disciplina fosse diventata ormai "un soggetto quasi chiuso". Tali previsioni venivano avanzate proprio alla vigilia delle grandi scoperte di questo secolo sull'energia atomica, e della completa rivoluzione delle nostre conoscenze sulla struttura della materia e dell'universo, tanto che Whitehead aggiunge dei commenti sulla profonda impressione che questa circostanza ebbe su di lui, concludendo con le parole: "Ebbene, sono stato ingannato una volta, e che io sia dannato se sarò ingannato di nuovo". Evidentemente la storia si ripete, visto che mi è capitato di assistere spesso ad identiche "professioni di fede" da parte di colleghi fisici di oggi!
Veniamo infine alla questione della "validità" della fisica almeno per quello che essa ha attualmente prodotto nei campi dall'uomo più sperimentati. Il fatto che la nostra conoscenza delle leggi del mondo naturale sia purtroppo ancora tale da far dire ad un altro celebre matematico, R. Thom, che "sappiamo calcolare tutto ma non spiegare nulla", e che le attuali teorie fisiche "concettualmente non hanno né capo né coda", dovrebbe condurre a ben altro atteggiamento che alla diffusa fiducia nell'immutabilità delle sue "leggi", anche solo in relazione a quelle teorie che per ora vengono considerate come stabilite "oltre l'ombra del dubbio" (per usare una imprevidente espressione del fisico C. Will a proposito della teoria della relatività cosiddetta "speciale"). C'è invece oggi la concreta possibilità ad esempio che fenomeni quali quello della "fusione fredda" conducano ad un ripensamento su tutta una serie di opinioni sulla struttura dell'atomo e della materia considerate ai nostri giorni come "certe", o che piu' approfondite analisi critiche sui fondamenti dell'elettromagnetismo possano modificare anche la nostra concezione dello spazio e delle sue "qualità" fisiche. Ai giorni nostri sono purtroppo ancora pochi coloro che, consapevoli di ciò, si aspettano grandi rinnovamenti da future ricerche anche in settori che sembrerebbero definitivamente stabiliti, e forse anche inimmaginabili vantaggi tecnologici per l'umanità a seguito della scoperta di nuovi modi di ottenere energia. Chi scrive queste righe non può di conseguenza non lamentare le difficoltà che vengono continuamente frapposte a coloro che ricercano in settori non convenzionali (i nuovi "eretici" di cui si parlava prima), ai quali viene impedito l'accesso ai fondi per la ricerca o ai mezzi di comunicazione della comunità scientifica, che vengono più utilizzati per la produzione di "titoli" efficaci per la progressione delle carriere che non per la divulgazione di nuove idee ed il dibattito tra punti di vista contrapposti.

Detto di questo primo ordine di motivazioni, che è in comune tra le due opposizioni scienza/parascienza e scienza/scienza eretica, si deve ritenere che il primo dei due conflitti sia così completamente spiegato, e che l'ostracismo nei confronti dei cultori del paranormale sia analogo a quello che gli scienziati "ortodossi" praticano nei confronti degli "eretici"? O esistono piuttosto altre piu' profonde ragioni di questa ostilità? Sosterrò in questa seconda parte del lavoro la tesi che esistono ulteriori motivazioni, che potremmo dire di tipo "metafisico", perché radicate in un terreno che esula dall'ambito propriamente scientifico per sconfinare in quello "filosofico", le quali costituiscono un ostacolo di fatto insormontabile per un sereno atteggiamento degli appartenenti alla comunità scientifica nei confronti di coloro che gravitano invece intorno all'ambiente della parascienza.
Abbiamo accennato prima al fatto che attraverso successive estrapolazioni ed una presunzione di completezza si costruisce quella che abbiamo chiamato una "visione del mondo naturale" (VMN). Che relazione c'e' tra una VMN e una "visione generale del mondo" (VGM), quella che si dice anche una Weltanschauung, vale a dire il complesso totale delle credenze di un individuo, tra le quali trovano posto, oltre alle opinioni sulla natura dell'universo, anche quelle sull'uomo, il suo ruolo ed il suo destino, in altre parole tutte quelle istanze relative al significato che sono poi alla base dei nostri comportamenti etici? Esprimendoci sinteticamente, possiamo dire che una VGM è costituita dall'unione di una parte fisica e di una parte "metafisica", ovvero, nei nostri termini, di una VMN e di una parte complementare che riguarda tutto il resto. Ciò premesso, è chiaro che non è possibile "attaccare" ad una data VMN una qualsiasi metafisica, perché è necessario allo scopo di costituire una VGM coerente che ci sia una certa forma di accordo, di armonia, tra VMN e credenze metafisiche. E' questa ovvia necessità che si ritrova ad esempio alla radice degli storici conflitti tra la scienza e la "fede", valga per tutti quello paradigmatico tra Galileo Galilei e Roberto Bellarmino. In effetti anche nelle VGM nelle quali la parte metafisica è preminente esiste sempre almeno in embrione una VMN; e, viceversa, anche se in una VGM è preminente la parte naturale, come nel caso dello "spirito" del nostro tempo di cui presto dirò, la parte metafisica non può essere mai del tutto vuota. Le modifiche proposte da Galileo alla VMN del tempo furono allora viste giustamente sotto questo punto di vista dal Bellarmino come un attentato a tutto l'edificio conoscitivo, proprio perché consapevole del fatto che un'esigenza di coerenza avrebbe imposto all'uomo come essere raziocinante anche una revisione della parte metafisica che voleva difendere.
Cercherò di esprimere questo concetto anche in un altro modo, usando la terminologia, oggi di moda, ispirata a K. Popper: se è vero che in una VGM la VMN costituisce la parte più di rettamente falsificabile, è però anche vero che la parte rimanente non sfugge neanche lei ad un suo specifico "criterio di falsificazione", proprio perché l'esigenza di coerenza impone il rifiuto di opinioni metafisiche che diventano, se non proprio confutate, quanto meno implausibili alla luce di certe conoscenze fisiche. Per prevenire qualche obiezione, va detto che così come un accrescimento di queste ultime non necessariamente modifica una VMN, così pure un mutamento della VMN non impone comunque un riassestamento della parte metafisica di una VGM. E ancora, non è detto che la dialettica interna tra le due parti in cui abbiamo suddiviso una VGM si sviluppi sempre in sequenza temporale, vale a dire storicamente, con una precedenza dell'una sull'altra: assistiamo a casi nei quali è la parte metafisica che viene suggerita da quella naturale, ed a casi inversi nei quali è la parte metafisica che per così dire "inventa" la VMN. Allo scopo di illustrare quanto precede con un esempio, oltre al "caso Galilei", basta pensare alle "difficoltà" nelle quali si è trovato il pensiero cattolico (o, piu' generalmente, qualsiasi VGM che ricorra al concetto di un "creatore"), all'apparire delle prime ipotesi sulla teoria dell'evoluzione di J.B. Lamarck e C. Darwin. Per terminare su questo aspetto della questione, se è vero che una metafisica "viva" dispone di risorse concettuali ed interpretative tali da permetterle di non correre i rischi di una vera e propria teoria sperimentale, è anche vero che un costante sforzo di revisione o di adattamento può alla lunga essere sentito come troppo faticoso, e soprattutto artificiale, con conseguente "abbandono" della VGM che si stava cercando di sostenere. Alla luce di quanto detto, si comprende come quando si parla ad esempio oggi di "morte di Dio", non si fa altro che riferirsi alle difficolta' delle metafisiche tradizionali di fronte all'estendersi ed al consolidarsi di una VMN che, acquistata autorevolezza grazie alle conquiste tecnologiche che abbiamo tutti sotto gli occhi, riferisce a circostanze spontanee e fortuite l'origine tanto della vita quanto dell'universo. La situazione nella quale si può trovare ancora oggi chi voglia cercare di conciliare "scienza" e "fede" e' perfettamente descritta da un altro matematico, G. Melzi:

"La preoccupazione [...] è che possa diventare da un momento all'altro inevitabile la scelta fra queste alternative, tutte egualmente deprecabili: ridimensionare le proprie aspettative di verità dalla parte della scienza, ridimensionare le proprie aspettative di cultura dalla parte della fede, ridimensionare la propria mente imponendole il quadro depresso della doppia verità, anzi della verità a due piani".

Quest'ultima osservazione suggerirebbe invero che quella particolare forma del "principio di non contraddizione" sulla quale sto cercando di fondare l'interazione tra parte naturale e parte metafisica di una VGM, non è forse poi così comune, e che alcuni (molti?) riescono a convivere senza troppi disturbi anche in presenza di qualche incoerenza, purché non simultanea, ovvero, a livelli diversi del sistema della conoscenza (mi riferisco sempre qui ovviamente ad un contesto per quanto possibile sincronico). Sulla reale possibilità, e sulla frequenza "storica" di siffatta "schizofrenia" intellettuale, non mi soffermerò, anche se il tema meriterebbe una particolare attenzione. Preferisco invece dedicare qualche riga, per non essere frainteso, alla confutazione delle opinioni "irrazionali" che sostengono che sia sempre il quadro metafisico a determinare quello fisico ("è l'opinione che crea i fatti, è la teoria che fa gli esperimenti"), e fanno assomigliare allora lo scienziato al poeta, ad un costruttore di "miti". Ritengo invece che la scienza abbia per sua propria natura a che fare comunque con tutta una serie di fatti naturali accertati o accertabili, ripetibili ed immodificabili, questi sì costituenti (con la prudenza della quale si deve tener conto in virtù di quel che si diceva prima) il nucleo irreversibile e saldo di ogni serio "sistema" conoscitivo. E' vero piuttosto, come abbiamo detto, che, dal punto di vista diacronico, VMN e metafisica sono in un rapporto "dialettico" senza un fissato ordine di precedenza, che qualche volta, come insegna la storia, è stata l'una a guidare l'altra, e qualche volta viceversa, anche se è naturalmente vero che, nel caso si diano due diverse teorie che inglobano il "nucleo" di cui si diceva prima, allora è piuttosto la coerenza con un quadro metafisico già accettato quella che opera la selezione tra di esse, che non altre ragioni strettamente scientifiche. La situazione non giustifica quindi né i tentativi di "riduzione" della Weltbild alla Weltanschauung, o viceversa, né deve fare comunque dimenticare che la parte più certa della nostra conoscenza, e con la quale dobbiamo sempre fare i conti, è quella che ci rapporta con il reale. Se si dimentica questa necessità, si corre il rischio di scambiare per certezze i nostri desideri, di dare corpo ai "sogni" ispirati dalle nostre pulsioni profonde, di "credere" a fantasie con le quali si cerca di esorcizzare il timore della morte. 
Per tornare al tema principale del nostro discorso, è ormai chiaro che la motivazione "profonda" che stavo cercando di determinare è proprio la visione generale del mondo che molti fisici hanno a comune, quella che C.G. Jung chiama lo spirito del tempo, che nel nostro caso è ormai consolidato da oltre due secoli. Con questo non voglio certo affermare che tutti i fisici hanno la stessa VGM (ci sono evidentemente eccezioni), ma che la maggior parte delle loro singole VGM, con le innumerevoli possibili varianti, appartengono tutte comunque ad una stessa famiglia (alla quale mi piace riferirmi come a quella della "III meta fisica"). In altre parole, ritengo che la VMN costruita dagli inizi della scienza moderna fino ad oggi, se non proprio implichi logicamente, almeno alluda ad una ben precisa VGM, quella che Tolstoij con sensibilità di letterato individuò e descrisse correttamente quasi un secolo fa (precisamente nel 1884, prima ancora che la fisica atomica e nucleare fossero sorte):

"Nello spazio infinitamente grande, in un tempo infinitamente lungo, particelle infinitamente piccole si modificano in una complessità infinita, e quando tu avrai capito le leggi di tali modificazioni, allora avrai capito anche perche' vivi".

E' questo lo "spirito del tempo" con cui abbiamo a che fare, il quadro metafisico nel quale è nata, e si è poi sviluppata, vieppiù rafforzandolo, tutta la nostra scienza occidentale, anche a costo di cedere alle "tentazioni" di cui si diceva prima, quasi un tributo che un figlio dovesse rendere al proprio padre. Invero, una siffatta concezione si impose gradatamente assieme a quello che chiamerà un "processo di deantropocentrizzazione". All'inizio, fu la scoperta di un Nuovo Mondo a cominciare a mettere in crisi la rassicurante idea di un essere umano creatura privilegiata del cosmo, posta a vivere al centro di un'unica estensione di terra circondata dalle acque, situata a sua volta al centro dell'universo sotto lo sguardo costante di Dio, concezione anche questa seconda che veniva subito dopo definitivamente (?) smantellata da Copernico. Poteva restare comunque un posto privilegiato all'uomo in quanto questi si immaginasse dotato di una "parte spirituale", un'anima, che lo differenziasse dal resto dei componenti del regno animale, ma Darwin e seguaci distrussero anche questa illusione. L'ultima spiaggia dell'orgoglio umano era a questo punto rappresentata dal fatto che almeno con le sue "categorie mentali" l'uomo era in grado di comprendere le leggi della gigantesca macchina nella quale si trovava a vivere (giusta lo spinoziano "Ordo et connectio idearum idem est ac ordo et connectio rerum"), ma A. Einstein convinse tutti che anche i concetti di spazio e tempo con i quali si costruiva la fisica "classica" non erano altro che semplici prodotti del nostro povero cervello di mammiferi primati, e che poco si addicevano alla realtà intima di una natura assai piu' complessa, e da allora in poi anche sempre più impossibile da concepire "razionalmente". Nella scienza contemporanea si assiste allora al fenomeno che il fisico F. Selleri definisce "l'epistemologia della rassegnazione": ci si rifugia nelle "specializzazioni", e ci si persuade che, più che alla ricerca della "verità", lo scienziato (il filosofo) debba volgere i suoi sforzi alla produzione di "modelli utili", e tuttavia la cittadella dell'ortodossia continua ad essere strenuamente difesa sulle "vecchie" basi.
C'e' chi in effetti vede nelle conseguenze filosofiche della fisica del XX secolo un notevole mutamento di prospettiva rispetto al materialismo meccanicista dell'800, ma io indicherei, più che le ovvie differenze tra le due, una loro rilevante somiglianza: e cioè che dipendono entrambe per la parte metafisica dal tentativo riduzionista di eliminare dal dualismo materia/spirito uno dei due poli per farne una conseguenza dell'altro. Se nell'800 si tentò a questo scopo senza successo di "determinare lo spirito" (concezione peraltro ancor oggi diffusa presso molti scienziati), nel '900 si e' cercato simmetricamente di "indeterminare la materia", ma il fine ed il risultato è stato sempre lo stesso. Per esemplificare meglio quanto precede vorrei citare infine alcune parole di un altro grande matematico, E. Kaehler, nelle quali, dal mio punto di vista, la matematica, come linguaggio della fisica, può venire identificata con questa: "La matematica, l'intelletto sviluppato dall'umanità, e la filosofia, il dominio dello spirito, costituiscono un'unità, un equilibrio, fra le forze dell'analisi e quelle della sintesi. Lo stato presente delle scienze non realizza questa unità spirituale. La maggior parte della matematica non è che energia potenziale dello spirito, mentre un'altra parte della matematica ha quasi soffocato lo spirito, nella misura che il dogma dell'uomo moderno si riduce alle tre umiliazioni dell'umanità constatate da S. Freud: la decentralizzazione della terra, l'interpretazione della vita come un fenomeno di vecchiaia della natura, la riduzione dell'ego umano ad un centro di aggressione e di sessualita'".
Per avviarci ormai verso la conclusione, ecco che ho creduto di individuare nel descritto spirito del tempo, nell'unica metafisica oggi ammissibile per un "vero" scienziato, che non voglia tenere in alcun conto residui di "vecchie superstizioni", la ragione profonda del conflitto tra scienza e parascienza, o meglio, tra scienziati e "parascienziati". Esiste infatti un'assoluta incompatibilità tra le affermazioni sul paranormale, per ciò che esse sottintendono in relazione ad un ruolo particolare dell'essere umano, e quella Weltanschauung che ho cercato di descrivere prima nelle sue linee essenziali. E naturalmente, come ci dice Jung, "con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l'ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità".
Per quanto attiene infine alla scienza "eretica", sono dell'opinione che questo conflitto metafisico sia presente, almeno nello sfondo, anche nell'ostilità che gli scienziati ortodossi praticano nei confronti dei sostenitori di teorie non-convenzionali, al di là di più appariscenti motivi economici, o di prestigio e di potere accademico: sia perché modificazioni della VMN, anche se non necessariamente conducenti a sconvolgimenti di una VGM, sono comunque malviste, sia perché operazioni di "igiene mentale", quali ad esempio quella proposta dal fisico R. Monti in opposizione alla teoria della relatività, ed in favore di un "principio di razionalità" con cui si vorrebbe rifondare la fisica sulle "nozioni ordinarie" di spazio, tempo e causalità, vanno comunque in senso inverso al processo di deantropocentrizzazione dianzi accennato.
Come si potrà uscire da un siffatto stato di cose? E' possibile che la scienza, con l'appoggio fornitole anche dalla tecnologia, schiacci del tutto ogni opinione rivale, così come è possibile viceversa che una "rivoluzione irrazionale" porti a dimenticare anche quanto di buono la scienza ha fatto soprattutto nel campo della pura conoscenza, che è quello che deve stare a tutti più a cuore. Le due alternative sono entrambe da temere, e la speranza invece è che, considerando fallito il tentativo di un "mondo senza spirito", qualcuno riesca a costruire le linee fondamentali di una IV metafisica, che affianchi come altrettanto reale a quello materiale un polo spirituale: ma né uno spirito contrapposto in qualche misura al mondo, come avviene secondo l'impostazione dualista, né, alla moda "idealista", uno "spirito senza mondo". La novità che bisogna forse cominciare a esaminare è quella di uno "spirito nel mondo", del quale si riconoscano allora di conseguenza anche le debolezze ed i limiti. Una metafisica che, come sintesi delle precedenti, sia edificata con frammenti di quelle, ma realista senza essere riduzionista, scientifica senza essere materialista.
Ci sarà spazio nella IV metafisica per i fenomeni paranormali? Sarebbe imprudente azzardare una previsione, anche se personalmente, per quel poco che mi è capitato di incontrare nella mia esperienza di vita, ne dubito molto, visto che questi potranno essere accettati solo quando usciranno dal piano della paranormalità per entrare in quello puro e semplice della "normalità". Con questo non voglio dire che la loro spiegazione naturale dovrà essere necessariamente "facile", o nei termini delle teorie già a disposizione, ma che almeno sul piano fenomenologico la loro reale esistenza dovrà essere accertata al di là di ogni dubbio, viceversa oggi molto giustificato. Al proposito, ho addirittura l'impressione che molto dell'interesse per il paranormale, più che provocato da un reale imbattersi in fenomeni di questo tipo (si noti quanto è frequente nei loro resoconti il riferirsi ad "altri", come nelle "leggende metropolitane"), non sia in verità altro che espressione di un rifiuto della III metafisica, e della conseguente esigenza filosofica di una nuova visione generale del mondo. In altre parole, chi vorrebbe reintrodurre con tutti i diritti il termine di "spirito" nel dibattito delle idee, ritenendolo più aderente alla descrizione della propria esperienza personale, guarda allora con interesse e speranza all'esistenza di fenomeni paranormali come ad una eventuale prova di quello, quasi che ci fosse bisogno di ulteriori prodigi oltre alla constatazione, direttamente ed immediatamente sperimentata da ogni soggetto pensante, di una materia che diventa cosciente di se stessa, soffre ed ama.
Alcuni degli elementi costitutivi di questa nuova metafisica, che possa restituire alla nostra conoscenza quell'unità spirituale di cui sentiamo il bisogno, si intravedono già nelle riflessioni di alcuni pensatori contemporanei, ma è chiaro comunque che per condurre in porto la sua costruzione dovremo ancora aspettare colui che saprà trovare parole nuove per esprimere concetti nuovi, anche se "antichi".

Umberto Bartocci
Dipartimento di Matematica Università di Perugia

sabato 10 agosto 2013

L'Ignoranza Inevitabile

Sapevate che alla Columbia University di New York c’è un corso di Ignoranza? Lo tiene Stuart Firestein, che è anche professore di neuroscienze e direttore del Dipartimento di biologia. 
Immaginare come funzioni un corso di Ignoranza porta a paradossi curiosi. Messa così non sembra una cosa seria. Invece lo è. Possiamo immaginare la conoscenza come un’isola che cresce in mezzo a un oceano che rappresenta l’ignoranza. All’inizio la scienza era un atollo piccolissimo, oggi è una grande isola divisa in varie regioni: fisica, chimica, biologia, informatica e così via. E si allarga sempre più rapidamente. Ma attenzione: con la stessa velocità si allunga la sua linea di costa. Cioè il confine con l’oceano dell’ignoranza. Dunque, osserva Firestein, il prodotto finale della conoscenza è l’ignoranza. Però, aggiunge, una «ignoranza informata», che si configura come nuove domande, che a loro volta produrranno risposte, cioè conoscenza, e quindi altra ignoranza. 
Fin qui è tutto abbastanza normale. Socrate insegnò che la vera conoscenza è sapere di non sapere e il cardinale Nicola Cusano (1401-1464) parlava di «dotta ignoranza», intendendo che si può conoscere l’ignoto solo mettendolo in relazione con ciò che già si conosce, ma perché ciò avvenga, occorre avere qualche vaga conoscenza dell’ignoto; solo Dio possiede una conoscenza infinita. 
È tuttavia necessario un passo ulteriore, e Stuart Firestein lo fa: al di là dell’ignoranza che sappiamo di avere perché è il confine con il conosciuto (la linea di costa dell’isola), bisogna sapere che può esistere qualcosa che ignoriamo di ignorare. È un po’ come se, dalla costa dell’isola, vedessimo soltanto oceano e oceano e oceano: ciò non significa che oltre l’orizzonte non ci siano altri continenti, cioè l’ignoto immerso nell’ignorato. Questa, se volete, è una «dotta ignoranza» di secondo livello. Una meta-ignoranza o, da un altro punto di vista, una meta-conoscenza. 
Stuart Firestein, da buon americano, non si avventura in ragionamenti così sottili, tipici della nostra filosofia europea. Però coglie il centro del bersaglio: la scienza progredisce tanto più rapidamente quanto più gli scienziati prendono consapevolezza della loro ignoranza e – ancora meglio – del fatto che esiste una ignoranza che ignorano. 
Oggi quasi tutti i ricercatori lavorano chiusi dentro le soffocanti pareti della specializzazione. Firestein ricorda che nel 2002 «sono stati archiviati nel mondo cinque esabyte di informazioni, cioè quanto basta a riempire la Biblioteca del Congresso Usa trentasettemila volte». Ma dal 2002 «questo dato è cresciuto di un milione di volte». Nessuno potrà mai dominare una tale massa di informazioni neppure nell’ambito della propria disciplina. Figuriamoci che cosa potrà sapere delle discipline altrui. Eppure le cose più interessanti (le scoperte) si fanno sulla frontiere tra scienze diverse. Una dotta ignoranza dovrebbe portare a questa consapevolezza. Se poi si vuole davvero scoprire qualcosa di rivoluzionario, serve la meta-ignoranza: sapere che può esserci qualcosa che ignoriamo di ignorare. 

Da La Stampa del 24/06/2103 (Piero Bianucci)

Due righe a commento.
La sempre più crescente mole di informazioni e di dati possedute dall'uomo, rendono difficile l'approdo a una conoscenza totale del reale e della vita. Ma proprio questo dovrebbe spingere chi ricerca - e tutti dovremmo essere in ricerca - a maggiore umiltà, a maggiore apertura mentale. Sappiamo così poco di tutto, soprattutto di quanto non ci interessa o di cui non abbiamo conoscenza nemmeno indiretta, che prima di esprimere un parere positivo o negativo in merito a una proposta teorica, dovremmo avere l'onestà intellettuale di vagliare una bibliografia composita e ammettere la possibilità di stare sbagliando in ogni momento.

venerdì 9 agosto 2013

Di nuovo non c'è che ciò che è dimenticato

Potrebbe darsi che ciò che noi chiamiamo esoterismo, cemento delle società segrete e delle religioni, sia il residuo, difficilmente comprensibile e maneggevole, di una conoscenza molto antica di natura tecnica che si applica contemporaneamente alla materia e allo spirito. Un dualismo, quest'ultimo, che ha poca ragion d'essere.
I "segreti" non sarebbero storielle o giochi, ma prescrizioni tecniche precise, chiavi per aprire le potenze contenute nell'uomo e nelle cose.
La scienza non è la tecnica. Contrariamente a ciò che si può pensare, la tecnica, in molti casi, non segue la scienza, la precede. La tecnica fa. La scienza dimostra che è impossibile fare. Poi le barriere di impossibilità crollano.
Nel lontano passato - dimostrano sempre maggiori evidenze, determinate tecniche hanno potuto precedere l'apparizione della scienza. O ad ogni modo le sono sopravvissute.
Sempre più scoperte e interconnessioni tra le conoscenze attuali, danno l'idea che alcune tecniche passate abbiano fornito gli uomini poteri troppo temibili perché fossero divulgate. Da qui, come spiegavano negli scorsi post, la necessità del segreto, la necessità della nascita di società segrete, appunto, che mantenessero il riserbo su tutta una serie di nozioni che avrebbero potuto cagionare degli sconvolgimenti terribili di natura sociale, culturale, ma anche - e forse soprattutto - fisico-pratica. Il segreto non è un effetto della volontà di colui che lo detiene, ma un effetto della sua stessa natura. L'estremo pericolo induce all'estrema discrezione. Come si sarebbero comportati i superstiti di ingenti cataclismi provocati dal progresso, di fronte al pericolo che determinate tragedie avrebbero potuto ripetersi daccapo se non raccomandando discrezione?
Storicamente, la conservazione delle tecniche fu uno degli scopi delle società segrete. I sacerdoti egizi custodivano gelosamente le leggi della geometria piana.
Sarà un caso, ma i contattisti UFO più credibili, sostengono che gli alieni abbiano cominciato a contattare il genere umano all'indomani degli esperimenti atomici in corso durante la seconda guerra mondiale. Ne è testimone tra gli altri il console italiano in Brasile e, se non sbaglio, in Francia, Alberto Perego. Ne sono testimoni i testimoni del caso di contattismo di massa Amicizia. Gli alieni erano preoccupati dalla scoperta del nucleare da parte dell'umanità, e avrebbero lanciato più volte avvertimenti affinché non se ne facesse un uso distruttivo. Alberto Perego nei suoi libri riporta di bombe atomiche neutralizzate (è celebre, in tal senso, una puntata del Larry King show... 

http://www.youtube.com/watch?v=aTrGF6tSwZM

...ma c'è tutta una sequela di testimonianze in tal guisa, anche - di nuovo - su Youtube e affini http://www.youtube.com/results?search_query=ufo+nuclear+weapon).
Le conoscenze delle civiltà antiche - non solo di quelle presuntamente scomparse - sono inimmaginate e inimmaginabili. Sono più le opere antiche perdute, che quelle rimaste.
Che cosa ci resta delle migliaia di manoscritti della biblioteca di Alessandria? Cosa contenevano le 200.000 opere dell'antica biblioteca di Pergamo? Che ne fu delle collezioni di Pisistrato ad Atene, della biblioteca del Tempio di Gerusalemme, di quella del santuario di Ptah a Menfi? Quali tesori contenevano le migliaia di libri che nel 213 a.C. furono bruciati per ordine dell'imperatore Cheu-Hoang-Ti? L'attento esame dei frammenti rimasti, ci permette di intravedere verità troppo profonde per attribuirle al caso o alla mera intuizione passeggera di pensatori antichi. C'erano conoscenze profondamente strutturate, paragonabili a quelle odierne. Donde venivano?
Lo stesso razionalismo di un Cartesio, era stato preceduto da Aristotele, da Sant'Agostino, da numerosi altri grandi cervelli dell'antichità. Scriveva Aristotele: "Colui che cerca di istruirsi deve prima di tutto saper dubitare, perché il dubbio dell'intelletto conduce a scoprire la verità" (Aristotele). Nessuno era più scettico di Democrito.
Ok, ma di quale scienza erano in possesso gli antichi, a parte un sano metodo epistemologico improntato alla non credulità e alla ricerca? Sesto Empirico ci informa che Democrito aveva appreso le proprie teorie sull'atomo dalla tradizione - da Mosco Fenicio, ad esempio, il quale tra l'altro, come si scoprirà nei giorni più vicini ai nostri, aveva postulato che l'atomo è divisibile. Di nuovo siamo di fronte al bagliore di conoscenze arcaiche andate perdute.
Ma poi si può dire che sia stato fatto uno studio sistematico e pubblico di tutti i documenti antichi in possesso di archivi, musei, stati nazionali? E' vero o non è vero che solo una bassa percentuale della letteratura antica indiana (dell'India) è stata tradotta e studiata?
Che dire inoltre del fatto che gli antichi, sprovvisti - si dice - di strumenti di osservazione, erano a conoscenza di dati astronomici che si sono rivelati esatti e non alla portata di civiltà apparentemente non progredite? Per quanto concerne la Via Lattea, secondo Talete e Anassimene, essa era costituita da stelle di cui ciascuna era un mondo che comprendeva un sole e alcuni pianeti, e questi mondi erano situati in uno spazio immenso. Pitagora prima di Newton aveva insegnato la legge inversa del quadrato delle distanze. Plutarco, dopo essersi messo a spiegare la gravità dei corpi, ne cerca l'origine in una attrazione reciproca fra tutti - appunto - i corpi. Galileo e Newton hanno espressamente dichiarato cosa dovevano alla scienza antica. Così Copernico, nella prefazione delle sue opere dedicata a Paolo III, scrive testualmente di aver trovato l'idea del movimento della Terra leggendo gli antichi.
Fanno notare a pagina 93 del libro "Il Mattino dei Maghi" gli autori Pawels e Berger, citando una servitrice di Maria Antonietta che si esprime a proposito di un cappello rovesciato, "di nuovo non c'è che ciò che è dimenticato."
Nei Veda si parla di forme antiche di vaccinazione. Nel Sactaya Grantham si raccomanda di "raccogliere il liquido delle pustole sulla punta di una lancetta, introducetelo nel braccio mescolando il liquido col sangue, si produrrà la febbre; questa malattia sarà allora molto benigna e non potrà incutere alcun timore."
Seneca nel Medea e testi orientali parlano della scoperta di un mondo riservato ai futuri esploratori: in questi testi si arriva persino a chiamare questo continente "Merica", in onore di una stella (vd. il testo "La Chiave di Hiram" di Cristopher Knight e altri). Che dire infine di scoperte tecnologiche come la pila di Bagdad, il fatto che nelle piramidi non è stata trovata traccia di annerimenti cagionati lampade o torce ma disegni di congegni che ricordano molto gli attuali strumenti elettrici?
Gurdjeff, grande alchimista della modernità, era convinto che l'alchimia fosse il residuo delle scienze che ci sono state lasciate da antiche civiltà. Scienza, dunque. Ma anche spirito, giacché il dualismo tra spirito e materia è una delle sciagurate, insipide astrazioni frutto di certa mediocrità di pensiero dell'epoca appena trascorsa. Scrive ne "Il Mattino dei Maghi" uno dei vecchi discepoli del Maestro armeno: "Da tempo rifugiatomi nel pensiero antiprogressista induista di Gurdjeff, vedendo il mondo di oggi come un principio di apocalisse, non attendendo più, con grandissima disperazione, che una brutta fine dei tempi (...) ecco che vedevo il vecchio passato e l'avvenire darsi la mano. La metafisica dell'alchimista più volte millenaria nascondeva una tecnica finalmente comprensibile, o quasi, al secolo XX. Le tecniche terrificanti di oggi si aprivano su una metafisica quasi simile a quella dei tempi antichi. (...) Finii per credere che gli uomini, in un lontanissimo passato, avessero scoperto i segreti dell'energia e della materia. Non soltanto con la meditazione, ma con la manipolazione. Non soltanto mentalmente, ma tecnicamente. Lo spirito moderno, per vie diverse, per le vie a lungo sgradite, ai miei occhi, della pura ragione, dell'irreligiosità, con mezzi diversi e che per molto tempo mi erano parsi brutti, si apprestava a sua volta a scoprire gli stessi segreti."
A meno che la nostra civiltà perisca interamente qualche istante prima di aver raggiunto il fine, come forse altre civiltà sono sparite.

Antiche società segrete e ricerca scientifica

Forse un giorno gli ultimi segreti delle particelle elementari ci saranno rivelati dal comportamento profondo del cervello, perché esso è il risultato e la conclusione delle reazioni più complesse nella nostra regione dell'universo, e indubbiamente contiene in sé le leggi più intime di questa regione.
Noi siamo ad un momento in cui la storia trattiene il respiro, in cui il presente si stacca dal passato come l'iceberg spezza ciò che lo univa alle coste di ghiaccio e se ne va sull'oceano senza limiti.
Fin qui, nella storia, molti illustri osservatori e studiosi sono convinti che numerosi gruppi iniziatici, alcune società segrete, gruppi ristretti di persone tecnicamente preparate su materie non alla portata dell'uomo comune, si siano trasmesse di generazione in generazione segreti decisivi circa il passato e il futuro dell'uomo.
Noi non sappiamo con certezza se ciò sia vero: ci sembra però plausibile e sensato quanto è stato portato alla luce in opere e studi sempre più numerosi.
Queste società iniziatiche, del resto, non possono che formarsi naturalmente in epoche in cui gruppi ristretti di uomini pervengono a uno stato di coscienza e conoscenza elevata e cercano altri uomini in grado di capirli con cui comunicare, con cui un dialogo sia possibile. E' il caso di un Newton, tanto per dire, scienziato e alchimista, che al suo tempo poteva essere compreso da poche decine di uomini a dir tanto in tutto il mondo abitato e conosciuto.
Per queste società iniziatiche come i Rosa Croce non c'era altro studio che lo studio della natura. Lo studio del Liber Mundi. La gente si immagina che facessero chissà che, in questi gruppi ristretti e occulti. Ma erano gruppi di ricerca, di studio, di approfondimento dei misteri del mondo e della realtà. L'alchimista è l'antico scienziato. Se profonde conoscenze sulla materia e sull'energia, sulle leggi che reggono l'universo, sono state elaborate da civiltà oggi scomparse, e se frammenti di quelle conoscenze sono stati conservati nel corso del tempo, hanno potuto esserlo solo per opera di intelletti superiori e in un linguaggio necessariamente incomprensibile per l'uomo comune. Obbligati ad una specie di clandestinità, questi uomini non possono stabilire contatti soddisfacenti che con i loro simili. Infine va da sé che tali intelletti, cercano di passare inosservati semplicemente per non essere ostacolati da organizzazioni quali la vecchia Inquisizione, oppure per non essere obbligati a prestare la propria opera a padroni politici a cui non vogliono concedere il favore delle proprie eventuali scoperte radicali.
Ecco che in origine queste società segrete, non potevano che essere una sorta di consorzio scientifico volto alla ricerca: una ricerca che è essa stessa un'esperienza religiosa. Va intesa in questo senso l'affermazione reiterata dei Rosa-Croce e degli alchimisti, secondo cui il fine della scienza delle trasmutazioni è la trasmutazione dello spirito stesso. "Il linguaggio spirituale", si trova scritto a pagina 74 dell'opera "Il Mattino dei Maghi" di Pawels e Bergier, "non è un balbettio che precede il linguaggio scientifico, ma piuttosto il risultato di questo."
Bisogna guardare le cose antiche con occhi nuovi: aiuta a comprendere il futuro.
I grandi atomisti come Wolgang Pauli, durante la propria ricerca si ritrovavano a scoprire lo spirito: "Di fronte alla divisione delle attività dell'intelletto umano in campi distinti, rigidamente mantenuta dal secolo XVII in poi, io immagino un fine che sarebbe il dominio dei contrari, una sintesi che abbraccia l'intelligenza razionale e l'esperienza mistica dell'unità." (Wolfgang Pauli)